Voglio la tua faccia. La resistenza dello sguardo dei sovversivi prigionieri

L’11 dicembre 1928 Thomas Bede viene condannato da un tribunale di Sidney, in Australia, a una multa di 8 sterline, per aver tentato di corrompere un testimone. Non sappiamo altro di lui, se non una cosa: che non vuole proprio guardarci. “Quest’uomo si è rifiutato di aprire gli occhi”, graffia sul negativo fotografico un poliziotto, forse il fotografo del commissariato, il 22 novembre, quando l’imputato viene portato davanti a una fotocamera per il ritratto identificativo. Niente da fare, anche se i poliziotti lo strattonano, gli urlano addosso, lui resta con gli occhi chiusi, e il fotografo non può far altro che rassegnarsi, e scrivere quella nota, forse preoccupato che i superiori non gli rimproverassero un lavoro fatto male.

E così, nell’archivio di fotografia forense del distretto del South Wales, dentro una di quelle che ruvidamente vennero chiamate rogues’ gallery, collezioni di gaglioffi, il signor Bede
riposa da quasi un secolo con gli occhi ostinatamente sbarrati. E un’espressione di dispettosa soddisfazione sulle labbra, se non vediamo male. Fate di me quel che volete, ma io non vi guardo.

Il testo è un estratto dalla mia introduzione al volume a cura di Francesca Delneri, Michele Lapini.

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