Salvatore di Giacomo e Gemito, il genio folle napoletano

Tra i punti di forza della biografia, che racconta l’apprendistato, i primi successi come il «Pescatorello», il ritiro caprese per ritrovare l’ispirazione e infine il crollo.

Quando il suo amico Achille Minozzi, ingegnere e amatore d’arte, commissionò la biografia del grande scultore Vincenzo Gemito a Salvatore di Giacomo, questi in pochi giorni buttò giù lo scheletro dell’opera che doveva seguire un filo conduttore molto preciso, raccontare i travagli interiori e il disagio mentale legati al fallimento artistico. Quel libro potente, coraggioso, poetico, drammatico, edito per la prima volta nel 1905, torna oggi in libreria a 35 anni dall’ultima edizione (Nicolucci, pagine 160, euro 18): Gemito. La vita, l’opera si apre con l’abbandono del piccolo Vincenzo sulla ruota degli esposti il 18 luglio del 1852, quando il pargolo già dimostrava di essere «un mistero che, attraverso tanti trascorsi anni e la giammai placata inquietudine del suo povero cuore, sempre rimarrà da quel punto insoluto», e si conclude il 20 agosto 1887, giorno in cui l’artista fu internato in un centro di salute mentale.

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