Yvonne De Rosa, la fotografia indaga sulle vite ignorate
C’è un uomo che non c’è: giacca, pantaloni, nessun corpo. Sembra un identikit al contrario, fatto non per riconoscere qualcuno ma per misurarne l’assenza. È una delle immagini più potenti di “Parlatori Politicus. Suddito cinese non identificato”, il nuovo libro di Yvonne De Rosa, e contiene già la domanda che attraversa tutte le sue pagine: che cosa resta di una persona quando un’istituzione ha deciso come chiamarla prima ancora di riuscire a comprenderla?
Più che un libro fotografico, “Parlatori Politicus” è un delicato oggetto narrativo – si direbbe un archivio sentimentale – costruito per frammenti: fotografie, cartelle cliniche, formulari, documenti, stanze vuote e vecchie card illustrate. De Rosa non ricostruisce una biografia: lavora sui vuoti, sulle tracce, su ciò che resiste quando una storia non può più essere ricomposta.
Il punto di partenza è una vicenda vera ambientata all’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. Nell’agosto del 1945 un uomo senza documenti viene consegnato al manicomio dal Counter Intelligence Corps come “suddito cinese non identificato”. Nel 1954, interrogato da due suore rientrate dall’Asia, si dichiarerà giapponese, celibe e commerciante di stoffe. L’etichetta burocratica, però, non cambierà mai. Dopo undici anni sarà trasferito altrove. Poi se ne perderanno le tracce.
È questa sproporzione tra una vita e la formula che pretende di contenerla a dare forza e inquietudine al racconto. Un medico tenta per anni di stabilire un contatto attraverso buste arancioni e carte illustrate: casa, vestiti, animali, armi. Un sistema rudimentale, anticipatore della comunicazione aumentativa alternativa, rimasto senza risposte verbali. De Rosa rimette quelle immagini in circolo: un gatto, una sedia, una pistola, una strada diventano il lessico di un dialogo fatalmente interrotto.
Anche il titolo nasce da una frattura del linguaggio. “Parlatori Politicus” era una scritta in un latino deformato trovata su una parete dell’ospedale dove l’autrice aveva lavorato come volontaria negli anni Novanta. Ed è proprio da quella esperienza che deriva una parte importante del suo sguardo: la fotografia non come esercizio estetico, ma come strumento per interrogare ciò che è stato rimosso, classificato, dimenticato. Così, “Parlatori Politicus” diventa, soprattutto, un lavoro sull’ascolto. Sul fallimento delle parole quando diventano formule, diagnosi, caselle da riempire. E il libro riesce soprattutto quando non spiega. Ogni pagina apre una fessura e rifiuta di richiuderla. Alla fine il “suddito cinese” resta senza nome. Ma il racconto fotografico compie un gesto più onesto che inventargliene uno: gli restituisce il diritto di non coincidere con la definizione che gli altri gli avevano cucito addosso.
