Fame di storie

Minà nelle sue interviste non è mai stato un giudice o un pubblico ministero, perché glielo hanno insegnato i suoi maestri, Ghirelli e Barendson. Con il suo mestiere è stato solo il ponte tra una situazione, una personalità che può essere quella di un campione sportivo come può essere quella di un politico o di un altro artista e la gente e il mondo. “Il giornalismo”, ha sempre detto, “deve solo servire affinché che la gente capisca, conosca, abbia nozione, non sia narcotizzata dal solito tran tran che lo sport spettacolo e non propone per fare in modo che la gente non pensi”.

Collana:
Titolo: Fame di storie
Autore: Gianni Minà
Prezzo: 26,00 €
Pagine: 290
Formato: 14x20,5
ISBN: 979-12-5542-00-5-7
Uscita: maggio 2023
Gianni Minà è stato giornalista, scrittore e conduttore televisivo italiano. Ha collaborato con quotidiani e settimanali italiani e stranieri, ha realizzato più di mille ore di trasmissioni e documentari per la Rai e girato film documentari di successo su Muhammad Alì, Fidel Castro, Rigoberta Menchú, il subcomandante Marcos, Diego Armando Maradona e altri protagonisti della storia del secolo scorso. È stato editore e direttore della rivista letteraria Latinoamerica e tutti i sud del mondo dal 2000 al 2015 e direttore della collana di Sperling & Kupfer Continente desaparecido. Ha scritto alcuni libri dedicati a realtà latinoamericane. Gianni Minà, storico inviato della Rai, ha raccontato in immagini realtà sociali e di costume degli Stati Uniti e dell’America Latina. Nel 1981 il presidente Pertini gli ha consegnato il Premio Saint Vincent come miglior giornalista televisivo. Dall’81 all’84 è stato autore e conduttore di Blitz, un programma televisivo di Rai 2 al quale hanno preso parte più di millequattrocento ospiti, tra i quali Federico Fellini, Sergio Leone, Eduardo De Filippo, Muhammad Alì, Robert De Niro, Jane Fonda, Gabriel García Márquez, Enzo Ferrari ed altri. Fra il 1996 e il 1998 ha realizzato il programma televisivo Storie, una lunga serie di interviste di uomini e donne protagonisti, molti, della società civile dell’epoca. Nel 2004 ha prodotto, con Surf film, In viaggio con Che Guevara e nel 2007 con Rai Trade e Gazzetta dello Sport, Maradona: non sarò mai un uomo comune, la storia del calciatore argentino in undici episodi. Per le sue opere, nel 2007, Minà ha ricevuto il Berlinale Kamera al Festival di Berlino. La Fondazione Gianni Minà ha finalità culturali, grazie alla passione e alla competenza del presidente e dei soci fondatori che intendono promuovere, valorizzare, organizzare attività senza scopo di lucro atte a favorire la crescita culturale della collettività rispetto a tutte le discipline cultuali. Tutto ciò che rappresenta giornalismo, arte, cultura, spettacolo, società rientra nelle specifiche linee programmatiche e artistiche della Fondazione. La Fondazione, più specificatamente, ha lo scopo di raccogliere e mettere a disposizione di studiosi e ricercatori tutta la documentazione sulla vita e la storia del giornalista Gianni Minà, anche attraverso la sistematizzazione della sua documentazione archivistica, tutelandone e promuovendone il lavoro.

Gianni Minà voleva fare il giornalista sportivo, era il suo sogno, ma la sua fame di storie l’ha ben presto spinto ad allargare le proprie vedute: si è interessato all’America Latina e ha coltivato, negli anni, nuove amicizie che lo hanno riempito, arricchito e che hanno, in parte, cambiato la sua vita.
È stato un instancabile ricercatore di storie e di persone, ha raccolto vicende, testimonianze, suggestioni, analisi, molto spesso ignorate da giornali e televisioni.
Minà nelle sue interviste non è mai stato un giudice o un pubblico ministero, perché glielo hanno insegnato i suoi maestri, Ghirelli e Barendson. Con il suo mestiere è stato solo il ponte tra una situazione, una personalità che può essere quella di un campione sportivo come può essere quella di un politico o di un altro artista e la gente e il mondo. “Il giornalismo”, ha sempre detto, “deve solo servire affinché che la gente capisca, conosca, abbia nozione, non sia narcotizzata dal solito tran tran che lo sport spettacolo e non propone per fare in modo che la gente non pensi”.
Questo libro di fotografie è dedicato alle sue figlie e alla loro generazione spoliata e derubata anche di un sogno di futuro, vorrebbe lasciare loro la testimonianza di persone e situazioni, spesso drammatiche, che ha visto e raccontato, perché “sapere, qualche volta, vuol dire migliorare la propria esistenza, ma soprattutto sostenere il valore, ogni giorno più fragile, della libertà di espressione e del diritto ad essere informati”.

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